Discorso in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria
Candia Canavese, 24.01.2026
Che bella giornata! Confesso con estrema sincerità che sono giorni che ci penso e che mi preparo a questo momento speciale. Ho preparato un discorso, un bellissimo discorso, per l’occasione, ma per la troppa emozione penso di non essere in grado né di leggere né di scrivere, va già bene se mi reggo in piedi perciò vado a braccio, vado con il cuore come si suol dire.
Intanto, buongiorno a tutti e grazie di essere qui. Grazie al Sindaco Mottino, grazie al Vicesindaco La Marra e a tutta l’Amministrazione Comunale di Candia. Da quando il Sindaco mi chiamò per comunicarmi la bella notizia, ho in testa questo pensiero: considerato il momento storico in cui viviamo, mi domando quanto coraggio, quanto amore profondo e quanta libertà di pensiero ci sono dietro un gesto apparentemente così semplice come dare la prima cittadinanza onoraria del comune di Candia ad un palestinese. Sono commosso e spero di essere all’altezza di questo onore, essere il primo non è mai facile, anzi, è una responsabilità perché bisogna essere da esempio a chi viene dopo e fare il possibile per non deludere le persone che ti hanno dato fiducia.
Ma torniamo all’inizio, al principio della nostra giornata speciale…
Il 7 maggio dell’85, quando sono arrivato nel Belpaese, guardavo ovunque e mi sentivo felice e allo stesso tempo smarrito. Felice perché ero finalmente libero: niente soldati, niente coprifuoco, niente violenza né ingiustizia, niente paura; poi, appena smettevo di abbracciare con lo sguardo la nuova vita, mi sentivo orfano di ricordi, attorno non avevo nulla di familiare. Questa altalena di sentimenti tra felicità e smarrimento mi ha accompagnato per un po’ di tempo, finché un giorno, non so come, non so perché, ma io non faccio mai domande scomode a sua maestà il destino, la vita mi ha portato qui a Candia, il tempo prendere confidenza con i candiesi e imparare qualche parola di dialetto, ed è stato subito casa. Qui ho travato tutto ciò che fa di un posto una casa: i suoni, i profumi, le usanze e il calore, gli abbracci, i sorrisi, il torneo di calcio, le feste, il carnevale, i Faseuj e quajette, la bagna càuda, lo spirito di comunità. Qui ho trovato il luogo dove lo straniero smette di sentirsi forestiero, qui ho trovato amici, fratelli, amore e i figli.
Qui, ovunque mi volti, lo sguardo mi trasmette ricordi, belli, intensi e a tratti commoventi.
Qui ho iniziato a costruire i miei sogni e questo grazie all’affetto e alla fiducia di chi mi ha accolto come uno di loro senza mai farmi sentire di troppo e senza mai chiedermi nulla in cambio. Anche se un po' di smarrimento mi è rimasto: non so mai dove sia veramente casa mia: Nablus o Candia? La Palestina o il Canavese? La prima mi ha dato la vita, la seconda mi ha fatto rinascere. La prima mi ha insegnato a resistere, la seconda mi ha insegnato che la vita è un dono prezioso.
Io sono grato a tutti voi e vorrei dedicare questo riconoscimento agli amici qui presenti, agli amici candiesi che non ci sono più ma sarebbero stati felici per me: Gianni Vassia, Anselmo Chiolino e don Carlo. Lo vorrei dedicare alla mia famiglia, ai miei figli, le mie vere radici, con loro ho smesso di sentirmi come una foglia d’autunno alla quale basta un soffio di vento per finire a terra. E se l’albero non è niente altro che un’esplosione di semi, i figli per lo straniero sono un’esplosione d’amore. Lo vorrei dedicare al mio primo editore, Alberto Gozzi, che ha educato alla libertà il palestinese che c’era in me, raccontandomi cos’era l’Italia sotto il Fascismo, cos’è diventata l’Italia dopo la Liberazione. Lo vorrei dedicare al mio ultimo editore, Marco Cima, che ha valorizzato, protetto e liberato il canavesano timido che ho dentro.
Lo vorrei dedicare a tutte le persone che sono costrette a scappare da casa loro e vagare per il mondo in cerca di un po’ di pace e di un sogno da vivere e condividere e a tutte le persone che rimangono nella loro patria, a volte per scelta e a volte perché sono costrette, sapendo di rischiare la vita. La vorrei dedicare a tutte le persone, come l’amico Mauro Berruto, che dedicano una parte importante della loro vita al prossimo. Mister, non voglio deluderti o raffreddare l’entusiasmo, ma tieni conto che noi siamo consapevoli che non saremo mai campioni del mondo e forse non vinceremo nemmeno una partita; noi, quando scendiamo in campo, lo facciamo per vincere la vita e non è così scontato perché in campo tutti giocano scorrettamente, sono sleali, arbitro compreso, cambiano le regole del gioco a loro piacimento. Di recente hanno cercato di cambiare la “definizione di bambino”. Infine, vorrei dedicare questo bellissimo momento alla vita che è sempre stata generosa con me, ogni mattino apro gli occhi e non so mai come ringraziarla.
Di nuovo, grazie Mario di questo bellissimo sogno che Candia mi ha donato ancora una volta.